Doppiare o non doppiare? Una disputa parzialmente superata. Le molte tipologie di emissione e i supporti digitali contengono insieme con la traccia visiva, diverse altre tracce: il sonoro originale, la versione doppiata, i sottotitoli in varie lingue. Insomma, gran parte del pubblico può oggi scegliere liberamente il modo in cui guardare il film preferito. È noto infatti che già da qualche anno la distribuzione degli audiovisivi nelle forme per così dire domestiche ha di molto superato quella nei cinema. Purtroppo però in Italia chi preferisce la visione collettiva nel buio della sala ha scarse possibilità di scelta. Quasi sempre deve subire la versione doppiata. Una scelta coatta che fa serpeggiare un sordido malcontento tra gli appassionati di cinema. Si sa che i puristi, direi gli originalisti, preferiscono guardare il cinema straniero con i sottotitoli. Giudicano quelle rapide frasette poste generalmente in basso alle immagini, meno invasive e meno adulteranti del doppiaggio.

Mi pare che entrambe le tecniche traduttive, doppiaggio e sottotitolaggio, aggravate dalla tirannia della sincronizzazione, siano ben lontane dalla perfezione. Però tradurre e tradire vanno di pari passo ed è del tutto vano anzi sbagliato aspettarsi nelle trasposizioni linguistiche fedeltà, esattezza e corrispondenza totale con l’originale.

Allora la questione è: tradurre il cinema è proprio necessario? Direi che è persino doveroso. Innanzitutto perché per ogni film bello, compiuto e intoccabile vengono contemporaneamente distribuiti e consumati migliaia di prodotti che sono, nei casi migliori, soltanto ben confezionati. E poi perché il dominio culturale esercitato da una delle maggiori industrie del mondo – negli Stati Uniti quella del cinema e della televisione è seconda solo all’industria delle armi – può in qualche modo essere mitigato attraverso buone trasposizioni e localizzazioni linguistiche.

Dunque fatta salva l’opportunità di tradurre, perché preferire il doppiaggio? Gli originalisti probabilmente non hanno idea che, per quanto possano essere abituati alla ginnastica oculare necessaria a leggere i sottotitoli e guardare le immagini, scivola via non visto dal 40 al 70 per cento del film. La forbice così ampia è determinata dalla quantità di dialogo pronunciata/recitata. E sull’esattezza del conteggio c’è poco da dubitare. I sottotitoli devono rispettare i tempi di lettura dello spettatore che sono maggiori di quelli di ascolto del dialogo orale e devono occupare sul fotogramma uno spazio ristretto e definito: 34/36 caratteri per inserzione e 3/4 secondi di permanenza a schermo.

I sottotitoli poi rendono per iscritto quello che viene detto/recitato. Quindi non solo riducono il testo/sonoro originale ma addirittura lo trasformano in un altro codice linguistico.

Un aspetto non meno importante per cui è preferibile il doppiaggio sta nel fatto che fin dalle sue origini la settima arte è pensata per immagini e realizzata con le immagini. Nell’approccio da fotografo di Kubrick, nei ralentì di Peckinpah, nelle visioni felliniane, nel manierismo viscontiano – e gli esempi potrebbero essere migliaia – le immagini in movimento risultano sempre il principale mezzo espressivo degli autori di cinema. Anche e soprattutto perché il maggiore flusso comunicativo passa attraverso la parte visiva; mentre qualunque elaborazione sonora della parte uditiva non potrà mai informare più significativamente delle immagini. Quanto tempo e quanta cura deve usare un regista per scegliere l’angolazione della macchina da presa! Quante ore di sala di montaggio occorrono per costruire la giusta sequenza, il giusto equilibrio compositivo! È insopportabile dover perdere gran parte di questo lavoro per leggere i sottotitoli; i quali, per giunta, invadono lo stesso quadro visivo.

Infine l’assoluta carenza dei sottotitoli nel rendere nella lingua d’arrivo i doppi sensi, i dialoghi serrati e sovrapposti, le frasi idiomatiche, le gag umoristiche e i giochi di parole, rafforza ulteriormente la tesi che l’unica accettabile traduzione audiovisiva sta nel ricreare i dialoghi della colonna sonora. Doppiarla appunto. Solo così il magnifico inganno del cinema può essere perpetuato nel momento in cui valica le frontiere linguistiche. Solo così lo spettatore può cogliere appieno il senso e lo spirito dell’opera originale.

1 febbraio 2009

Toni Biocca