Veniamo a conoscenza, attraverso vari servizi televisivi e un’affermazione del critico Elvis Mitchell del New York Times, ripresa da La Repubblica del 27/12, che il film “Pinocchio” di Roberto Benigni sarebbe stato stroncato dalla critica e dal pubblico statunitense a causa – principalmente – del cattivo doppiaggio effettuato in lingua inglese.
Non intendiamo minimamente entrare nel merito della veridicità delle affermazioni, né intendiamo effettuare una valutazione estetica del film in questione o del suo doppiaggio: non è questo il punto. La considerazione su cui vogliamo porre l’accento è semplicemente quella che vede la critica statunitense scagliarsi puntualmente e con tutta la ferocia possibile contro la “barbara” pratica del doppiaggio, ma solo dei film europei, o extra-statunitensi, quando tra mille difficoltà atterrano sul suolo Usa, naturalmente. Quando invece si parla delle centinaia di film statunitensi che vengono regolarmente doppiati nelle principali lingue europee, va tutto bene, anzi, meglio.
Di conseguenza dobbiamo sarcasticamente pensare che finalmente l’Europa sa fare una cosa meglio degli Stati Uniti, e cioè noi sappiamo doppiare e gli Usa no. Ma com’è possibile una cosa del genere per la maggiore cinematografia mondiale che il doppiaggio lo ha messo a punto pochi anni dopo l’invenzione da parte dell’italiano Giovanni Rampazzo del cinema sonoro? Sembrerebbe uno smacco intollerabile a cui prender rimedio, e invece no: rigorosamente ogni tentativo di doppiare un film europeo negli Usa viene sonoramente stroncato dalla stampa e puntualmente il doppiaggio in inglese fa entrare automaticamente il film nella categoria B. Roba da sottosviluppati. Subcultura.
Ci chiediamo se la critica statunitense effettui un buon servizio ai suoi lettori, suggerendo di fatto a ogni volenteroso distributore locale di evitare di investire nel doppiaggio di film non statunitensi, facendo sì che centinaia di capolavori cinematografici praticamente non esistano per il pubblico americano, tranne che per quella irrilevante percentuale di estimatori del film in lingua originale che frequenta le sale d’essai. Né crediamo faccia un buon servizio agli addetti alla postproduzione negli Usa a cui invece dovrebbe suggerire di insistere, di imparare a fare del buon doppiaggio prendendo esempio dalle migliori professionalità e dalle migliori esperienza europee che contribuiscono a riservare al cinema Usa il 65 per cento del mercato. 
Come abbiamo già detto in altre occasioni, vorremmo immaginarci gli autori e i critici cinematografici europei ed extraeuropei schierarsi dalla parte di coloro che si battono affinché vi siano regole che garantiscano la qualità del doppiaggio, che permettano una formazione di alto profilo dei suoi addetti (negli Usa l’adattamento dei dialoghi è una professione inesistente) e che soprattutto sostengano quelle politiche che in un mondo globalizzato che vede ormai come unici confini quelli linguistici, favoriscano la circolazione delle diverse culture e la reciproca conoscenza anche attraverso il doppiaggio delle opere cinematografiche. Non è un bene per nessuno che il cittadino di Little Rock, Arkansas, più che l’intellettuale di New York, non abbia la possibilità di conoscere “8 e mezzo” o “I cento passi” o, per l’appunto, Pinocchio, o tutti gli altri. Potremmo definirla “censura culturale”? 
Certo, la responsabilità non è solo di quei critici che cercano di fare del patriottico protezionismo (e così facendo sono corresponsabili dell’omologazione culturale dell’americano “medio” che non sa neanche dove sia l’Italia) per tutelare l’industria nazionale dell’audiovisivo che è seconda solo a quella degli armamenti, (e infatti la quota del cinema europeo negli Usa viaggia intorno al 2 per cento) ma è anche dei nostri addetti alle politiche cinematografiche e culturali, stretti come sono in una visione subalterna e provinciale, e della miopia culturale e commerciale che sembra contraddistinguere l’impresa italiana del settore. Ma questo è un altro discorso, ed è senza speranza.

Roma, 30 dicembre 2002